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Locomotiva a vapore



Alb 64 - 131

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Foto della littorina Aln 64


La prima volta che la vidi, mi sembrò piccola e simpatica, pensai: si, è proprio adatta ad un ragazzino di 8 anni. Mi piace. Anche il colore castano e isabella era tranquillizzante, non come la gigantesca e nera 685, in cui tutto ribolliva a mo’ di vulcano. Qui non c’era fuoco e vapore a spaventare i bambini, nemmeno il carbone in perenne movimento dal tender al forno, la polvere nel naso, i colpi di scappamento come eruzioni e l’impressionante rumore della corsa esposti all’aria, in precario equilibrio.

Qui eri seduto e cullato dal borbottìo ovattato che saliva dall’ampio cofano dell’unico motore (in cabina A, mentre in quella B c’era solo un piccolo cofano copriradiatore) e dal dondolìo ritmico dei carrelli sui giunti. Il fischio acuto e stridulo era quasi modesto. Che differenza, la 64...!

Si deve sapere che allora le macchine non erano banalizzate, ognuna aveva il suo titolare e guai.... a toccarla. Sulle locomotive a vapore ad esempio, veniva fatta una “tacca” sul cerchione e una sulla rotaia. Questa era la firma del maestro “detective” che accertava il perfetto stazionamento della “sua” macchina (e in quelle a doppia espansione anche la successiva perfetta partenza con l’esatta angolatura delle manovelle). I ferri da fuoco venivano chiusi con catena e lucchettone, altrettanto il cassettone del tender...

Fotografia banco Aln 64 Le littorine avevano un mazzo di chiavi che solo il maestro gestiva, assieme a lucchetti vari e anche qui qualche segreto c’era.... (Nota tecnica: il motore delle 64 che qui interessa, nasce a benzina, è un Fiat mod. 255, 6 cilindri in linea, cilindrata 9970 cc, rapp. compress. 5 a 1, potenza cv 120 a max. 2000 giri/min, pesa 870 kg, ha l’accensione a magnete con variatore rotante automatico di anticipo e un carburatore Solex per l’alimentazione; successivamente (1941) è trasformato a metano, con modifica alla testata e aumento del rapporto di compressione, mantenendo le stesse prestazioni generali).

Come si arguisce, ogni maestro gestiva la sua “creatura” e ne conosceva i più reconditi segreti, che ovviamente non confidava a nessuno! Mai! L’esperienza e la capacità facevano la differenza e spesso la facevano grande...! Padre padrone di una “femmina” (locomotiva o littorina che fosse) più perfetta delle altre, di cui andare fiero, il maestro nutriva per lei “amore” quasi umano (le mogli sapevano ma tolleravano...). Se mai qualche magagna emergeva col tempo, solo l’operaio fidato d’officina sapeva, ma con una consegna ferrea: il silenzio! A volte, alla sera, le luci del deposito erano accese anche dopo l’orario e là c’era spesso anche il maestro, perché la mattina presto si “riprendeva servizio” comunque e tutto doveva funzionare...! La sinergia officina-macchinista-capodeposito era massima ed impossibile era rimanere in linea, salvo cedimento meccanico imprevedibile, ma a Mantova non succedeva, non si chiedeva riserva. C’era un orgoglio da tenere alto anche se i tempi erano magri, ma forse proprio per questo erano belli...

...Guerrino, Guerrino.... è tuo figlio questo bel ragazzo...? ...Si, l’ho portato perché non se può più.... è da ieri che insiste.... treni, sempre treni, solo treni. Quella volta, col diretto di Cremona, sulla 685 di Anselmo, si è spaventato e anche annerito ben bene, credevo proprio fosse la volta buona, ma niente... non cede! Fosse così anche a scuola! ...Ma via, Guerrino, sai come sono i ragazzi, loro si divertono sempre, è un gioco e bisogna capirli... non c’è nulla di male, quand’eravamo giovani noi, non avevamo nulla e poi anche la guerra...!

Vieni, vieni su Roberto, attento allo scalino alto..... e dimmi: come faccio a sterzare in curva che non ho il volante, solo questa grossa manopola...? Brutta domanda e brutto fu il mio sguardo nel rispondergli... Era simpatico, ma cosa credeva, fossi nato ieri? Quando gli spiegai dei bordini delle ruote e gli dissi che quello che mi mostrava era il controller delle marce e come si usava, restò stupito.

Però..., sai tutto! E aggiunse: ....ma si, per forza, hai un ottimo maestro.... e dimmi... potendo.... sapresti anche portarla in stazione...?
Questo fu il mio incontro “ufficiale” con l’aiuto macchinista Rubino. Veramente lo conoscevo già e lo chiamavo signor Rubino per rispetto. Era sempre elegante e ben curato, la divisa impeccabile, baffetti come si usava allora e la sua statura incuteva naturalmente rispetto, ma scherzava sempre. Non aveva avuto figli e forse vedeva in me “il suo ragazzo” ed anche una certa logica delle cose. Mio padre, tecnico e istruttore, serio e un po’ burbero, dai tempi della 2° guerra (dove ne aveva viste e guidate di tutte, LIBLI in Croazia compresa), insegnava a lui tutti i trucchi del mestiere e lui ora lo avrebbe magari fatto con me, ovviamente semplificando....

Diventava una cosa naturale, quasi come pagare un debito...!

Ma non sapeva... Quella volta, in deposito, mi ero già seduto sul sedile di guida della 64. Mio padre disse: insisti e insisti, adesso ce l’hai fatta, ti tocca davvero e vediamo un po’ cosa sai fare, però... dopo, basta! Quelle sono le marce, quella la frizione, quello l’acceleratore. Lascia stare la maniglia del freno che è ancora presto e non ti confondere col pedalino di sblocco del freno a mano. Fai così, così e così, concentrati e ripeti. Hai capito bene? Si...? Allora parti! Io sono qui dietro di te a rimediare gli errori che farai.

Non andò troppo bene, una “grattata” e il motore si spense, anche per l’emozione.... Vedendomi abbacchiato, disse: vedi, non è un gioco per bambini, lo capisci? Guai a farlo in stazione... occorre stare attenti, la responsabilità del macchinista è grande, non ci si può distrarre.... e non si deve sbagliare... mai!

Poche parole ma terribili. Bocciato! Con disonore, così credevo. Ma non poteva finire così. Al pomeriggio, appena mangiato, inforcai la bicicletta e via al deposito, con in tasca un mazzo di chiavi in più.... Non sia mai, dovevo lavare l’onta e, testardo come sono, ci sarei riuscito. La 131 era dietro la carbonaia, dormiva tranquillamente. L’avrei svegliata presto.... Dunque vediamo, il metano è al massimo, girando la chiave le spie del quadro si accendono, premendo il pulsantino il voltmetro indica 24 volt, tutto è a posto.

Mi siedo per farle capire che non ho paura di lei e comincio il ripasso statico. Passa il tempo e la concentrazione massima non mi impedisce di sentire: buongiorno maestro! Buongiorno Gino, fu la risposta all’operaio del deposito e lo sbattere della porta mi fece capire che la stavo proprio facendo grossa.... Ma....Roberto... cosa ci fai lì? E aggiunse: Non avrai per caso preso le chiavi della littorina, porca miseria, che non le trovo più? No, no papà, guarda sono qui nel quadro, le hai lasciate stamattina.... forse eri arrabbiato con me e allora... può succedere!

Ero proprio convincente e continuai: ...io però ho sbagliato e voglio riprovare... Sei proprio un testone... non c’è verso....! Però... però, meno male che sono qui nel quadro, è strano, non dimentico mai nulla... le chiavi poi...! Ma lasciamo perdere. Dai, avvia il motore. Stavo sudando freddo... Meno male, non era troppo arrabbiato, forse stupito della tenacia, forse gli assomigliavo in testardaggine avrà pensato, o chissà cosa....(da giovane lui aveva fatto ben altro con le 645 della Chivasso Aosta... e anche salvato un treno... ma queste sono altre storie...).

Il tempo aveva però giocato a mio favore. Ormai della 64 conoscevo e ricordavo tutto: banco di manovra, ruota libera o bloccata, marcia avanti-indietro, spie, frenatura, persino il rombo, anzi il borbottìo dell’unico motore ai vari regimi. Mi inquietavano solo un po’ i due manometri esterni, in particolare quello a 200 atm (quello a 10 era più umano...), ma bastava non pensarci e poi non era comunque la 685...!

“Tutto bene, Roberto?” Si, risposi! “Parti allora, che andiamo agli scambi....” Ma la partenza non era così semplice (almeno per un ragazzino) e merita ricordarla, assieme a qualche comandamento. Primo: spegnere il motore davanti alla paletta verde del “capo” era una umiliazione terribile. Da non dormire la notte. Secondo: solo grave offesa era invece “grattare” la marcia, senza spegnere.... Terzo e peccato veniale, era invece la frenatura lunga o corta, perché non si poteva ancora pretendere, occorreva farci l’occhio e non era facile.... (ma rimediava papà, con la maniglia gialla).

In quelle ore avevo però elaborato un segreto. Regolazione accurata del sedile di guida, certo, ma non bastava. Con la mano sinistra, usando tutte le mie deboli forze, facevo leva sotto il banco mentre col piede sinistro e con tutto il mio peso, spingevo quella “terribile” frizione. Ma ero solo a metà dell’opera! Con la mano destra portavo il controller dalla “posizione neutra” alla prima marcia e premevo poi l’acceleratore col piede destro, quel poco che bastava per non "imballare" il motore, lasciando al contempo “dolcemente” la maledetta frizione, sedendomi pian piano sul sedile, il tutto in sincronia di movimenti.

Così, tra spinte e pressioni, sforzi e rilasci, avveniva il miracolo! Guidare la 64 infatti, almeno per le partenze, era come guidare l’auto (infatti quasi 10 anni dopo, il conseguimento della patente B per me sarebbe stato uno scherzetto ad occhi chiusi, dati i precedenti...), con la differenza che i cambi di marcia successivi (2°, 3° e 4°) erano comandati pneumaticamente dal controller (la famosa mezza tacca), quindi basta frizione e meno male! Anche la frenatura Westinghouse era pneumatica (leva alta a sinistra del banco), ma avveniva su tamburi interni alle ruote (altra analogia automobilistica). Però, a pensarci bene, non ho mai capito perché il pedale della frizione fosse corto, assai duro e giallo ottone mentre quello dell’acceleratore lungo, morbidissimo e bianco acciaio. Sarebbe stato meglio il contrario (parlo di lunghezze...), si faticava meno, o no? Ma come si dice: ...alla Fiat non si guarda in bocca...!

Ma non devo distrarmi. Via è l’ordine e via sia. Questa volta le 19 tonnellate (bombole comprese) si misero in movimento dolcemente e senza la minima grattata... e mio padre sorrideva...!

........... “E allora, disse Rubino, ti avevo chiesto se la vuoi portare in stazione, ti sei distratto? Hai per caso cambiato idea, Roberto?” No, no, pensavo... La risposta era già implicita nel mio sguardo. Capì al volo (che amico, quel Rubino, proprio prezioso...). Dai, dai Guerrino, lo facciamo “portare” in stazione, tanto c’è tempo per il “Legnago”... e giù pacche sulle spalle, a svegliarmi dal torpore dei sogni e anche a incoraggiarmi. Andiamo in stazione, dai che facciamo una sorpresa al capo, pensa che faccia farà..... Mio padre non ebbe il tempo di rispondere, ormai era rassegnato al suo destino....

La prima marcia era ormai ingranata e con ronfare benevolo del motore, superai gli scambi del deposito e mi diressi al primo binario. “Fischia, fischia...” Quale fu lo stupore del dirigente quando vide arrivare la piccola littorina fischiante con mezzo macchinista alla guida, lo dicono le sue parole: “Perbacco, ma chi abbiamo qui? Un nuovo “maestro” in erba? Anche in anticipo, arriva.... E poi aggiunse, grattandosi la testa: ma si, tutto suo padre, vedrai che vien su bene, il buongiorno si vede dal mattino.... e rientrò in ufficio.

La gioia era immensa: avevo passato gli esami a pieni voti! L’approvazione bonaria del D.M. era lo scoglio finale per l’ufficialità. Che tempi, che tempi... tutti amici, come una grande famiglia. F.S.= Fame e Sete, si diceva scherzando sulla comune “mamma” statale... Però... sempre pronti ad aiutare e comprendere i colleghi e a.... chiudere un occhio, all’occorrenza! Così però, non si sarebbero più liberati di me...!

Salutato mio padre e l’aiuto (e per me lo era in tutti i sensi...), in partenza dal 1° binario con l’accelerato per Legnago, potevo tornare a piedi in deposito a riprendere la bici e a sognare nuove avventure, che presto sarebbero davvero arrivate.
E che avventure! Le racconterò, perché ritengo corretto riflettere su quel mondo che non esiste più. Forse abbiamo perso qualcosa che non ritroveremo. Sono passati neanche 50 anni ma sembra un'eternità e a dirlo non ci si crede.....

Roberto M.






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